Quel che penso della mia pittura
Le storie che io racconto in forma pittorica hanno come sfondo uno scenario (immaginario?) rappresentato dal mare Mediterraneo del quale avverto l'eco (non solo culturale) dei viaggi di Ulisse e dalle cui coste meridionali della Magna Grecia, io stesso provengo.
E' questo mare che mi suggerisce cosa e come rappresentare le storie nei miei dipinti.
Osservando il mare, mi si presentano davanti, come sarebbero potute svolgersi, quelle storie, modellate dal filtro dell'immaginazione degli antichi cantori di miti, con gli occhi aperti a metà fra sogno e realtà.
Ed é così che io le rappresento, dipingendole, come se guardassi quel mare con gli "occhi" di Omero oltre che con i miei, come se volessi dipingere, dando forma ai pensieri, in un tempo e in uno spazio non storicizzati.
Quel mare è inoltre il luogo in cui si é realizzata e continua a realizzarsi la storia dei popoli dei paesi che vi si affacciano.
Ecco spiegato il significato allora dell'uso nelle mie opere di quelle piccole barchette di carta, (che alludono al viaggio, inteso anche come il percorso spazio-temporale della cultura umana) coniate dalle pagine dei libri che svolazzano per aria per "seminare" il racconto dappertutto.
Libri che si sfogliano nel vento e che disperdono (volutamente) nell'aria le loro pagine non scritte, affinché chi le osserva possa leggerci e/o scriverci ciò che più gli aggrada con la propria immaginazione.
Barchette di carta che affrontano i flutti (amichevoli) nell'attesa di qualcuno da imbarcare.
Ed é qui chiara la metafora tra le mie barchette dipinte e le cosiddette "carrette" del mare che appartengono ai noti "viaggi" raccontati dalle cronache attuali e che descrivono le storie di profughi (cui sottoponiamo facili e fin troppo comodi giudizi d'intolleranza, col punto di vista della nostra comoda e pigra posizione abbiente, di occidentali) che sbarcano sulle nostre coste.
Quello che io voglio descrivere con le mie matite è però contrariamente alla realtà delle cronache, un mare che non prevede scontri ma incontri ed è un mare che accoglie e che auspica buon viaggio ai naviganti.
Ovvio perciò che quel che io dipingo rientra in una rappresentazione onirica, o meglio che s'immagina una realtà "altra").
Incontri fra i miti legati al mare (che io rappresento pensandoli appunto della stessa sostanza delle onde) e i profughi contemporanei (i tantissimi Ulisse) che lo attraversano nei loro viaggi della speranza.
Da queste considerazioni nascono opere come: Il sogno di Endimione, attraversamenti di 'carrette del mare' intorno a Cirella; Come al sorgere di Rodi, durante uno scaricamento in mare, l'arrivo di Eolo; Il bagno di Aurora, o d'incontri di naufraghi al largo dello Ionio...
Il tentativo è quello di poter dire con leggerezza (ecco il perchè anche dell'uso dei pastelli ma anche affinchè l'argomento non appaia retorico) che l'integrazione tra i popoli è possibile; che se ci si ferma a parlare ci si comprende; che se si è aperti al dialogo e al confronto le diverse culture riescono a intendersi; che se si è curiosi di conoscersi si apprende dall'altro e ci si arricchisce reciprocamente.
Se ripensiamo ad Ulisse (profugo in qualche modo anche lui): "che i suoi viaggi non appaiono simili per (dis)avventure a quelli dei tanti (navigatori contemporanei) imbarcati sulle carrette del mare di oggi?
In questa metafora perciò il tempo si annulla.
Durante gli "Attraversa/menti" (titolo dell'esposizione): il passato diviene presente e viceversa; le figure del mito e dei naufraghi, rimasti in mare si incontrano avvicinandosi per conoscersi.
E così mi appare possibile (mi piace pensarlo) che quei profughi, spesso quelli lasciati tragicamente perire in mare tra la nostra comune indifferenza, diventino eroi, e come per incanto, s'incontrino coi miti della tradizione, magicamente, unendosi ad esempio con le divinità del mare, le Nereidi, con le quali ritroveranno l'amore perduto, in una ricostruzione metamorfica della storia.
Ecco allora che diventa possibile (fantasticando) immaginare che il profugo albanese, macedone o kurdo, dalla fatalità del suo tragico destino passi la frontiera del tempo e dello spazio e anche del pregiudizio, tramutandosi in forma di mito nelle vesti immortali di Eolo, Pelèo, Poseidone...
Questi i soggetti che includono anche i motivi da cui scaturisce il mio sentito bisogno di dipingere.
Il pastello acquerellabile allora mi serve affinché possa rendere "immateriali" tali storie, perché nate dalla proiezione dei pensieri ( e non dalla fedele imitazione della realtà) che sono, in quanto tali allo stesso modo, immateriali.
Dunque la scelta tecnico-pittorica dei "Caran d'ache" mi è necessaria, non riuscirei diversamente ad ottenere tale effetto se usassi colori "pastosi" come gli oli, le tempere o gli acrilici.
La mia tecnica è quella del togliere, non dell'aggiungere.
Quel senso di proiezione delle idee ha bisogno di una tecnica che mi permetta di poter esprimere con leggerezza e con distacco anche contenuti importanti che proprio per questo andrebbero osservati senza eccessi o clamori.
Io non copio la realtà qual'è, non scelgo (aristotelicamente) la mimèsis, ma proprio per comprenderla meglio, mi servo di immagini distaccate da essa.
Credo che se si vuole riflettere sul senso della realtà non serve imitarla.
Non è con il coinvolgimento che si riesce ad essere lucidi ed imparziali, poiché temo che esso produca sul nostro giudizio della realtà un effetto narcotizzante teso ad imprigionare, più che a liberare, il pensiero.
Desidero inoltre che chi osservi una mia opera sia attratto piacevolmente dalle immagini riprodotte affinché stimolino il proprio pensiero critico senza annebbiarlo col dramma delle lacerazioni che troppo spesso dominano buona parte dell'arte contemporanea.
Mi piacerebbe pensare che chi osserva i miei dipinti, rifletta sui richiami di quelle immagini, senza impantanarcisi dentro.
Dal punto di vista espressivo la mia pittura é intrisa di una luce diffusa, e per ottenere questo, prediligo l'uso dei "colori complementari" al fine di (come aveva notato Chevreul) esaltare maggiormente la qualità cromo-luministica delle immagini.
Ho detto prima che i soggetti che io rappresento sono la visualizzazione dei pensieri.
Io immagino di raccoglierli come se fossero filamenti (che rappresento sottoforma di scarabocchi).
Immagino di vederli fuoriuscire dalla mente, ecco che allora li modello fino a farli diventare forma.
Il mio lavoro é sottoposto inoltre ad un disegno di base che riempio cromaticamente con la punta della matite colorate, usando più toni per ogni colore che ho deciso di utilizzare.
Dipingo gli spazi distribuendo i colori sottoforma di scarabocchi.
Lo scarabocchio tracciato con azione ritmica, fa seguito alla musica che io ascolto in studio mentre dipingo, cosicché la mano che compie il gesto grafico, possa rivelare una segno ugualmente intriso di vibrazione ritmica anche a chi osserva semplicemente il dipinto.
Infine con l'acqua e i pennelli eseguo l'operazione (di cui ho già accennato) del "togliere", smaterializzando così il colore già steso, affinché l'immagine si "veli" di trasparenze ed effetti ariosi e acquei.
La superficie in carta cotone permette l'assorbimento dell'acqua con la sua alta porosità.
Nei miei dipinti la firma e la data sono escluse dal quadro e inserite nel retro affinché non interferiscano con l'immagine realizzata che in fondo è la mia vera firma.
Luigi Impieri |
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