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Ordine e bellezza


 

 

Sarà per colpa di un inverno così lungo o forse per il momento socio politico così poco ottimistico, che mi è venuta voglia di parlare questa volta di due Opere (forse un po’ effimere?) che sono entrambe un inno alla bellezza: «La Primavera» e « La nascita di Venere», del pittore fiorentino Sandro Filipepi detto Botticelli (1445_1510). Entrambe le Opere sono collocate agli Uffizi, ben riparate da spessi vetri ed osservate e contemplate continuamente, da visitatori che restano davanti a quelle Opere, lungamente, estasiati. Perché? Evidentemente ci sarà un motivo! Forse perché descrivono un mondo incantato, fiabesco, incontaminato. Come se quelle due tempere rappresentassero la contemporanea collettiva proiezione di un unico sogno, fatto proprio dai visitatori che si assiepano agli Uffizi, per osservarle. Un mondo surreale, capace perciò di proiettarci in una realtà altra che è quella di come vorremmo che essa fosse e che per questo ci affascina. Il primo dei due dipinti in ordine di esecuzione è La primavera (1478 ca.). Il tema è attinto dalla letteratura non solo classica (Ovidio, Apuleio, Poliziano) è mostra una scena (teatrale) che si svolge all’interno di un bosco di aranci contornato da un prato vivacemente fiorito. La narrazione ha inizio da sinistra, dove si vede avanzare, il bluastro Zefiro (il vento dell’ovest, secondo la divinizzazione greca) che carico di pioggia si «unisce» alla ninfa Clori. Dalla loro unione nascerà Flora. Al centro della tavola, sotto una geometrica nicchia di aranci, sta immobile (come una Madonna, e qui è chiaro il paragone che Botticelli ha voluto fare, tra l’amore spirituale, sacro e quello terreno, profano) Venere, dea della bellezza che sembra dar vita (osservare il gesto della sua mano destra) alla danza a cui partecipano le sensualissime tre Grazie che rappresentano rispettivamente i tre aspetti di Venere: la castità, la bellezza e l’amore. Sulla testa di Venere inoltre, svolazza Cupido, pronto a schioccare la freccia dell’amore nei confronti delle tre Grazie. Infine, sull’estrema sinistra del dipinto, incontriamo Mercurio, vigile, nell’impedire col suo «caduceo», che le nuvole entrino in scena, a disturbare la tiepida e confortevole (primaverile) atmosfera. E’ invece databile al 1485 ca. «La nascita di Venere», altro capolavoro dell’artista, il quale paradossalmente risolve l’idea della bellezza sulla base di forzature anatomiche e prospettiche che gli varranno le aspre critiche, di Leonardo da Vinci. Notiamo infatti, quanto poco fedele sia all’anatomia umana, quel collo cilindrico e quella spalla (destra) senza clavicola, che sostiene un improbabile braccio e che si deforma lungo il corpo di Venere, sino ad arrivare incredibilmente ad accompagnare la mano al pube. E come potrebbe ancora una volta, Venere sfidando le leggi della fisica, rimanere sul bordo del guscio di un’ ostrica, senza ribaltarsi, mentre viene sospinta dai Venti a riva? Eppure proprio questa artificiosa costruzione, come ho già detto, surreale, produce in noi incanto. Proprio per questo botticelliano modo di trasfigurarla, o meglio di «rifigurarla», la realtà ci appare diversa ma più bella ed elegante, appunto, come noi vorremmo che fosse. Qui tutto è: «ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà. Il mondo s’addormente in una calda luce di giaginto e d’oro…»

 

 

 

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